Nessuno ti può costringere

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Incipit – 

 

Aveva penato più di un mese, a farlo prendere allo studio Donati. Il babbo, ce lo trascinava tutte le mattine, prima dell’apertura, con il naso infreddolito e il cervello ancora perso fra i sogni.

I colli magri a sciagattare nei colletti duri d’amido, la brillantina a cercare di fare ordine fra le stoppie gialle della testa. Col caffellatte duro sullo stomaco. Lì impalati venti minuti davanti agli scalini del palazzo, mentre gli impiegati sciamavano un po’ per volta lungo via del Proconsolo e poi dentro al portone.

A Gino gli veniva da dormire in piedi e allora, ogni tanto, sgranava gli occhi blu nella faccia lunga e secca. “Smetti di fare gli occhi a tonno!” gli biascicava il babbo a mezza voce, e poi si rimettevano a aspettare.

E l’impiegato che aspettavano loro, il Pertichini, arrivava sempre per ultimo, al galoppo, con la cipolla in mano e poco tempo per ascoltare i pigolii del babbo.

I ricordi di scuola, i compagni, chissà che farà questo e dove sarà quell’altro, chi era morto e chi aveva fatto i soldi e poi sempre lì, sui soldi, e il bisogno in famiglia e quel ragazzo tanto volenteroso e bravo ma sai, per la scuola bisogna averci anche le possibilità e loro…

E Gino ascoltava che si parlasse di lui così, a caso. Per dire solo quello che si doveva dire e nemmeno mezza parola vera. Ché lui non c’aveva volontà per nulla e la scuola la doveva lasciare perché non ci ricavava niente e i professori lo tenevano più tempo sbattuto fuori, in punizione, che in classe.

Il Pertichini, dopo un po’ che il babbo gli lisciava il pelo a dirgli come s’era sistemato bene lui, in quello studio così importante, e di già da tanti anni… uno dei primi a impiegarsi, dopo la scuola. Il Pertichini si metteva col naso all’in su e l’aria d’importanza e ci sarebbe rimasto volentieri a fare quella manfrina, senonché era sempre in ritardo e doveva scappare anche lui dentro a smettere di darsi importanza e sgobbare come tutti.

“Vedrò di fare quello che posso… ma ce n’hanno di già tanti, di garzoni… ripassate tra un po’ di tempo, vi so dire qualcosa.”

E loro, il giorno dopo, erano di nuovo lì, sicuri come le tasse.

Dopo un paio di settimane, al Pertichini non gliene importava nemmeno più nulla, di darsi importanza. Quando li vedeva, di lontano, sembrava gli si piantasse una spina nel sedere. Rallentava, si girava di qua e di là, poi accelerava e cercava di entrare nel portone a testa bassa, come un toro. E il babbo, slanciato, olè, gli si parava davanti e ricominciava la litania.

Gino stava lì a fare la comparsa. E serviva, nel caso si decidessero a prenderlo in prova, a seguire svelto svelto il Pertichini e ripetere al principale la frase imparata a memoria. Poi corretto, rispettoso, aspettare che gli dicessero di cominciare e via, subito a sgobbare e farsi valere per portare i soldi a casa e far studiare i fratelli, loro sì bravi e meritevoli.

Ogni volta che vedeva arrivare il Pertichini il babbo scrollava Gino per una spalla, gli diceva “ricordati la frase” e cominciava a tremare tutto, magro e lungo com’era, preparandosi allo sforzo di chiedere.

Gino si rimpallava un po’ in testa la frase, gli pareva di saperla. Allora si metteva a guardare la via vuota e il grigio delle pietre invernali. L’umido che gli si rapprendeva in una nuvoletta bianca sotto il naso a ogni respiro.

Nemmeno le ascoltava più, le cavolate del babbo, tanto erano sempre uguali. Aspettava solo il momento quando il Pertichini trovava il modo di liquidarli. Il babbo diceva “porco Kaiser” fra i denti, “fila a casa!” urlando, e poi si avviava di corsa verso la Previdenza, dove da settimane arrivava in ritardo.

Ma un giorno, quando Gino nemmeno ci pensava più e osservava l’acqua della notte scorrere nella zanella, quando anche il babbo c’aveva solo un filo di voce piagnucoloso e la faccia stanca, gialla di mal di stomaco, quel giorno il Pertichini sbuffò: “aspettate qui”.

Gino nemmeno capì, lì per lì. Il babbo sbigottì e si mise a fissare il portone con la faccia idiota. Poi si riprese: “ti ricordi la frase?”. E mentre Gino annuiva di sì si mise a ricomporgli i capelli, il bavero, i pantaloni. Una pacca sulle spalle per il portamento e una sulla nuca per la testa bassa.

Gino, per la prima volta, guardò davvero il portone e il buio dietro e sentì gli ossi aguzzi dei ginocchi sbattere fra di loro.

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